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I difetti degli aspiranti scrittori 3: l'attacco dei puntini assassini.

Eccoci al terzo punto dei consigli banali per futuri grandi scrittori. Riepilogando il senso dei post, se mettete queste cose nei vostri libri vuol dire che scrivete male, ovviamente secondo me e secondo la mentalità abbrutita e corrotta di coloro che decidono cosa pubblicare (gli editori) e anche di molti di coloro che decidono che cosa leggere (non so chi siano, ma qualcuno ci sarà).

Insomma sono solo opinioni personali, per cui insultatemi piano:

- I puntini di sospensione scassapalle, e i punti esclamativi presi durante i saldi:

«Ciao amore... è che io... io...»
«...????»
«Ah no... ecco».
«Che succede? L'hai fatto di nuovo... confessa!»
«No... io non volevo... ecco...»
«...confessa ho detto!!!!!!!! Guarda che m'arrabbio!!!!111!»
«No!!!! Ti prego... non arrabbiarti... no! No111!!!»
«...ti prego... ti prego? Ti... prego hai detto?!?! Come osi!!!!!! Confessa subito!!!!.... altrimenti... altrimenti io....!»
(e ok, diamoci un taglio).

Il puntino di sospensione è un oggetto letterario molto utile. Potete metterne mille per pagina e continuare a domandarvi per quale motivo i vostri bei dialoghi non piacciano in realtà a nessun altro a parte voi.

La verità è che potreste accontertarvi di utilizzarli 2 o 3 volte per libro (per un totale di 6 o 9 puntini) e anche in questo caso se mettete una virgola o un punto solo nessuno ne sentirà la mancanza. Se volete ricreare un testo pieno di pause, pensieri, paure, interruzioni e tentennamenti fatelo magari descrivendo pause, pensieri, paure e tentennamenti vari. E i puntini di sospensione rivendeteli su ebay, che tanto qualche altro scrittore che se li compra lo trovate sempre.

Forse il concetto non è mai chiaro, in questi post, per cui riassumo: se mettete altri mille puntini piuttosto che aggiungere una descrizione che descriva (eh!) lo stato d'animo di chi parla, non siete degli intellettuali vittime di un oscuro sistema che aborrisce il dialogo lento e strascinato. Anzi, magari lo sarete anche, ma a troppa gente sembrerà che siete soltanto terribilmente pigri ed è per questo che il vostro libro non piace. Poi potete sempre fregarvene, ci mancherebbe altro.

Di punti esclamativi e interrogativi, poi, anche se non mi crederete mai, basta metterne uno. Il fatto è che se provate a immaginare il punto esclamativo come uno che alza la voce (alcune persone provano a visualizzare ciò che leggono, sapete) allora quattordici esclamazioni per frase vi daranno l'idea di un pazzo che sbraita e si agita e si rotola per terra sbavando e rantolando.

«Nooo!!!!!!» Lulù si strappò i vestiti, poi si gettò in terra e iniziò a sbavare e rotolare artigliando il fango. «Il film sta per iniziare e noi perderemo l'inizio, aaaargh!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!»

Trovereste tollerabile una persona che si esprime sempre a questo modo qualsiasi cosa succeda? Io no, anche perché un testo tutto così farà sì che alla gente venga il mal di testa durante la lettura, e credo che il vostro proposito di scrittori dovrebbe essere quello di vendere libri, e non aspirine.

E concludiamo riscrivendo il testo iniziale senza puntini e robe varie, così si vede cosa intendevo dire e soprattutto allunghiamo un po' il post, che è venuto corto:

«Ciao amore» Zizù si passò una mano tra i capelli, imbarazzato. «Sono venuto a cercarti perché volevo dirti che io, ecco...»
Zizì sollevò lo sguardo dalla tastiera e gli rivolse un'espressione perplessa.
«Ma di che parli?»
Zizù fece per rispondere, ma era talmente in difficoltà che si limitò a farfugliare qualcosa.
«Che succede?» lo aggredì Zizì, insospettita da quel comportamento. «L'hai fatto di nuovo, confessa!»
«No, io non volevo. Il fatto è che...»
«Confessa ho detto, guarda che m'arrabbio!»
L'uomo scosse la testa.
«No, ti prego, non arrabbiarti».
Zizì però era già scoppiata su tutte le furie, al punto che balbettava per la rabbia.
«Ti prego, hai detto?» riuscì a dire, rossa come un peperone (delle analogie magari parleremo un'altra volta). «Confessa subito, altrimenti io non so che ti faccio!»


Fa ancora piuttosto schifo, ma almeno è leggibile e infatti c'ho lavorato il triplo rispetto all'altra versione. E se vedete, qualche puntino l'ho pure lasciato ^^.

Simone

I difetti degli aspiranti scrittori 2: le "D" eufoniche della morte.

Eccoci alla seconda parte della lezione aggiuntiva del corso avanzato del secondo libro del blog dello scrittore emergente. Mica capperi eh! ^^ Ma partiamo subito, che se no il post finisce domani.

I difetti degli aspiranti scrittori 2:


- Le "d" eufoniche della morte: altro errore, che errore non è ma a cui vi toccherà comunque fare attenzione se volete lavorare come scrittore (nel senso che la gente vi dà dei soldi per leggere quello che scrivete). Volete che chi vi legge prenda sul serio il vostro lavoro? E allora, mannaggia alla miseria: le volete cancellare ste piripicchio di d eufoniche che tutti gli editori del mondo sono fissati che non vanno messe? Non ci sono sé, ma, però o perché: se cercate un editore dovete smettere di mettere le "d" al posto sbagliato, e non gliene frega niente a nessuno se gli editori sono stupidi e il posto sbagliato sarebbe in realtà giusto: se volete fare l'architetto disegnate quello che piace al committente. Se volete fare il medico curate i disturbi che i pazienti lamentano, e se volete fare lo scrittore togliete le d che gli editori non vogliono!

Per chi cadesse dalle nuvole:

Ad andare, ed era, od ontoiatra e company vanno bene, perché la vocale è sempre la stessa prima e dopo la D.

Ed io, ad essere, od alisca non vanno bene! In nessun libro edito in italia dal 1980 a oggi trovate una d tra due vocali spaiate, e gli editori arrivano a inventarsi che non si scrive ad esempio ma per esempio, così l'autoimposta regola della vocale è sempre rispettata. Ovvio che questa cosa molti aspiranti scrittori non la sanno: qualcuno ha addirittura l'ardire di seguire le regole dell'Accademia della Crusca (secondo la quale la "D" può starci sempre, anche con le vocali spaiate)!

Purtroppo al giorno d'oggi nessuno vi chiede di scrivere in Italiano, bensì in editorialese, che è diverso. Per cui le cose sono due: o volete passare la vita a lamentarvi che il mondo corrotto non accetta la vostra arte fino a precipitare in un triste turbinio di mestizia e acredine (e no, non l'ho fatta più pesante di quello che è la realtà ^^) oppure volete che la vostra arte venga letta anche con la pesante mutilazione della "D" eufonica, e spendete questi benedetti dieci minuti a rivedere il vostro testo col comando Trova/Sostituisci.

Io alla fine le D le ho tolte, e nessuno capirà mai il vero significato di quello che si cela nel profondo della mia anima. Anche se, a dire il vero, mi pare che i miei testi suonino meglio.

Simone

I difetti degli aspiranti scrittori 1: il punto di vista, e poi ancora il punto di vista.

Se ricordate (be', qualcuno che segue il blog se lo ricorderà) già qualche tempo addietro ho parlato di quali siano gli errori più comuni che si possono trovare all'interno di un romanzo. Principalmente dimenticanze, e problemi che nascono da una cattiva preparazione del lavoro o evidente incapacità dell'autore (fate voi ^^).

Recentemente, però, qualcuno mi ha chiesto di parlare degli errori non tanto dei romanzi, quanto della scrittura in sé. In sostanza: quali sono i difetti intrinsechi dello stile e della narrazione tipici di chi non scrive tanto bene? Non parliamo di trame, idee o sentimenti espressi malamente, ma di veri è propri intoppi che riguardano la prima cosa che cadrà all'occhio di chi ci legge (sto parlando della scrittura, ovviamente).

Lungi da me essere un esperto di queste cose (se fossì bravo magari qualcuno mi pubblicherebbe qualcosa... azz, non funziona più! E adesso?!) trovo questo un argomento importante e che mi era sfuggito nell'arco del corso di scrittura passato. Mi pare giusto, e magari anche interessante, provare a dire qualcosa, per cui questo è solo il primo di una serie di tre o quattro post sul presente argomento. E meno male che volevo dire solo poche cose ^^.

Insomma, veniamo al dunque:

I difetti più comuni nello stile degli aspiranti scrittori.

- Il punto di vista. Questa è una cosa che facevo anche io, o meglio forse faccio ancora ma con più cognizione di causa. La storia inizia con un protagonista particolare, si sviluppa a partire da lui, inizia a farsi interessante, c'è uno spunto narrativo anche buono, il testo è scorrevole, piace, attira il lettore e... inizio del capitolo 2: adesso il protagonista non c'è più, e la storia parla di un'altra persona.

Ok, lo so. Stephen King lo fa, così come lo fanno anche tanti autori famosi. Però, e c'è un però, loro sono famosi, i loro libri sono lunghi 6-700 pagine (segno che alla fine ogni protagonista ha una storia ben sviluppata) e in fin dei conti usano questo stratagemma per costringervi a leggere: volete sapere cosa accadrà al protagonista, e allora vi sorbite anche l'inutile trattazione del punto di vista di un altro personaggio di cui in realtà non frega niente a nessuno.

Il fatto è che questo cambio repentino lo fanno tutti gli scrittori emergenti che conosco, me stesso compreso, anche all'interno di un raccontino di 5 pagine.

La verità è che se lo fanno tutti forse l'unico motivo sono due:

1) è più facile saltare di palo in frasca piuttosto che sforzarsi di seguire un solo punto di vista, che evidentemente è più difficile.

2) e visto che lo fanno Stephen King e compagnia bella un autore magari ancora insicuro tende a dare per scontato che fare così sia una buona idea, ritrovandosi con un libro scopiazzato, oltre che scritto male.

La verità è che a me non piace affatto... e quando lo facevo all'inizio della carriera (devo sempre fare una battuta quando parlo di carriera letteraria?) la triste e cruda verità era che semplicemente non sapevo nemmeno io dove mettere le mani. Con Mozart di Atlantide è stata una scelta voluta per davvero fin dall'inizio, ma se una scelta letteraria fatica a discostarsi dall'errore di un emergente, chi volete che ne rimanga favorevolmente impressionato?

- Il punto di vista 2, la vendetta: uguale a sopra, solo che questo salto tra un personaggio e l'altro avviene in corso d'opera, all'interno dello stesso capitolo senza separazione di spazi, paragrafi, lineette e asterischi vari.

ESEMPIO:

Gino guardò il suo nemico all'interno delle pupille dei bulbi oculari degli occhi.
«Ho paura» pensò. «Ma non devo farglielo notare, perché sennò poi mi riempie di legnate col suo mazzone laser».
Il nemico di Gino guardo Gino a sua volta negli occhi di lui a cui questi appartenevano (ok, questo testo ha più di qualche problema, ma è un autore emergente non scordatelo).
«Non sarà mica paura quella che leggo nei suoi occhi?» pensò. «Perché se è così accendo la mazza laser e gliela sfracello nella zona tra la base della schiena e le gambe dimodoché poi avrà difficoltà a sedersi».

«Sta riconoscendo la mia paura?» si domandò il nemico del nemico di Gino, accostando la zona del suo corpo compresa tra le gambe e la schiena al muro di recinzione dell'esterno dell'astronave della flotta dei terrestri dell'armata dello spazio, così da apporre una protezione tra la zona stessa e lo stesso suo nemico.

E così via per 3-400 pagine... non vedo l'ora di leggere il seguito, e voi?

Come vedete, è impossibile identificarsi nell'uno o nell'altro personaggio, e la storia viene un po' moscia. Qualcuno vi dirà che questo è addirittura un errore (anche se non lo è), ma in ogni caso non mi pare proprio il miglior modo di presentare una storia... ma gli aspiranti scrittori questo non lo sanno ^^.

A breve (più o meno) il punto due, in cui mi sono già scordato di cosa parlo per cui non chiedetemelo.

Simone

Come evitare di scrivere boiate.

Ecco il naturale seguito del post precedente (quello sullo scrittore che scrive boiate, credo). Con l'abilità e il pressappochismo che solo un aspirante scrittore famoso può sfoggiare, eccovi una bella lista di consigli per evitare che il vostro scritto (racconto, romanzo, trattato, sceneggiatura o giustificazione per aver fatto sega a scuola) contenga inesattezze tali da farvi fare una figura di ridicola di fronte al vostro pubblico di lettori.

- Siate colti: ok, che consiglio idiota. Chiunque poteva arrivarci da solo, lo ammetto. Se vogliamo scrivere una storia che tratti un determinato argomento (mettiamo la rivoluzione francese), ci conviene documentarci come si deve ancora prima di iniziarne la stesura (e ancor meglio se ci documentiamo proprio sulla rivouluzione francese stessa).

Ma non è solo questo. Se siete persone acculturate, se avete studiato e sapete tante cose, sarà più probabile che non scriviate idiozie anche nel momento in cui correte il maggior rischio di farlo: quando cioè siete così convinti di essere ferrati su un dato argomento da non andare a controllare.

Lo so, è un po' arzigogoloso come consiglio, ma è una cosa che funziona anche nel lavoro di tutti i giorni per cui datemi retta. È più facile scrivere una cavolata su argomenti in cui ci sentiamo ferrati piuttosto che quando parliamo di cose che non conosciamo. Se dovessi parlarvi, che ne so, della maschera di Tutankhamon, certo del fatto di non saperne assolutamente nulla mi documenterei a fondo e non commetterei alcun errore (tipo inventarmi l'esistenza di piramidi che in realtà non esistono o cose del genere).

Il problema invece nasce quando parliamo di cose di cui ci illudiamo di essere al corrente, perché corriamo il rischio di ripetere luoghi comuni e inesattezze che qualunque esperto sarà in grado di individuare, sottolineare e soprattutto smentire pubblicamente.

Sapere di non sapere insomma è già una gran bella cosa, lo diceva già a suo tempo un tizio famoso... di cui però non faccio il nome perché ho paura di scrivere un'altra boiata.

- Trovate uno che ci capisce: a me questo post mi sembra tanto di averlo già scritto (si sta avvicinando sempre più il momento di passare ad altro, mi sa ^^). Comunque sia, se passate il vostro testo a un esperto, è probabile che questa persona si accorga degli errori e che ve lo faccia notare.

Il guaio qui è che gli errori potrebbero essere così grossi da non poter essere corretti se non riscrivendo il libro per intero... e in questo caso vi consiglio di fottervene e lasciare il tutto così com'è. I registi di Hollywood lo fanno sempre, perché non potete farlo voi? (Perché non lavorate ancora ad Hollywood, mi pare ovvio).

Altro problema è che l'esperto potrebbe non essere così esperto come millanta di essere (non avete idea di quanti esperti incapaci ci sono al mondo) e non accorgersi di eventuali errori o imprecisioni. In questo caso, però, potete anche stare allegri, perché avete preso due piccioni con una fava: non dovete correggere il vostro libro, e se avete anche qualcuno a cui dare la colpa!

- Sceglietevi l'argomento: adesso anche questa è una cosa banale, ma forse bisogna comunque dirla (anche perché se no il post viene troppo corto). Nel vostro lavoro di scrittori sconosciuti, nessuno vi obbliga a parlare di Mozart piuttosto che della civiltà di Atlantide oppure dei gatti randagi.

A meno che non stiate scrivendo qualcosa per cui avete firmato un qualche contratto che vi vincola a determinati argomenti, siete solo voi a decidere di cosa tratterà la vostra storia. A questo punto, perché dovete rendervi la vita difficile? Scegliete ambienti e situazioni che conoscete, così non dovrete documentarvi più di tanto. Certo, il romanzo finito sarà una palla... ma se come autori fate schifo nessuna ambientazione originale potrebbe comunque garantirci il contrario.

- Pagate qualcuno: ok, questo non potete farlo come scrittori emergenti (l'idea è di non guadagnare una lira, ma almeno nemmeno rimetterci troppo). Potreste però farlo se foste degli scrittori famosi, anche se non necessariamente lo fareste visto che non sareste necessariamente vincolati a farlo.

C'avete capito niente? Bene. L'idea comunque era questa: c'è una tipologia di scrittori (quelli ricchi, famosi e americani) che paga una sorta di gruppo di ricerca affinché gli prepari tutta la documentazione necessaria alla stesura di un determinato testo.

Già che ci siete, se pagate un po' di più troverete anche un povero sfi... ghost writer disposto a scriversi il romanzo al posto vostro. Io per esempio ho un ghost writer che aggiorna il blog... e sì, avete perfettamente ragione: mi sa che lo pago anche troppo ^^.

Simone

Lo scrittore che dice le boiate.

Mi è successo proprio pochi giorni fa: avevo scritto un post bellissimo e intrigantissimo su Tutankhamon, ma ecco che un simpatico e gentile commentatore mi ha fatto notare che tra le tante cose giustissime e interessantissime che narravo nel mio testo, avevo purtroppo scritto una notizia non proprio corretta sul conto di questo personaggio. Cosa questa che qualche pignolo potrebbe definire col termine castroneria, o anche come più semplice ca...ntonata.

Per altri dettagli potete cercarvi il post in questione, mentre al momento mi interessa parlare un po' di questa cosa: si può scrivere una stupidata in un proprio testo? Quanto spesso capita, che rischi si corrono, come si può rimediare a una cosa del genere e soprattutto come la si può evitare?

Intanto, mettetevi l'anima in pace: il caro Stephen King in uno dei suoi libri (tre dopo mezzanotte... per rimanere in tema di cantonate ^^) parlava già di questo problema e citava degli errori grossolani effettuati da qualche suo collega scrittore meno famoso di lui (tutti gli scrittori che conosce King, immagino ^^). Il nostro amico autore di best seller stava ovviamente mettendo le mani avanti per un racconto sugli aerei contenuto nel libro in questione (argomento in cui non si sentiva troppo ferrato, immagino) ma comunque il problema c'è ed è evidente.

Chi fa il pane si infarina, e chi scrive tanto prima o poi dice pure una boiata colossale. E come già dicevo tempo addietro, il problema non è tanto aver scritto una cavolata in sé (questo lo faccio sempre) quanto quando qualcuno se ne accorge e ha anche la bella idea di farsi avanti e sputtanarvi davanti a tutti. Insomma, quanto è grave questa situazione?

Più che grave, direi che siete fottuti. Nel momento in cui i vostri lettori non credono più a quello che avete scritto, i vostri testi non valgono nulla e nessuno vorrà più leggerli. Ok, nel caso di un autore emergente questo era vero anche da prima, però adesso non potete più nemmeno lamentarvi di essere ingiustamente snobbati da tutti: i lettori vi snobbano perché siete dei cazzaroni, e non avete più nulla a cui appellarvi.

Che poi qualsiasi storia abbia una componente assurda, inventata o semplicemente implausibile è anche vero, ma è tutto un altro conto: una cosa è che vogliate coscientemente dire una stronzata spacciando la vostra ignobile invenzione narrativa per bella e realistica (tipo certi thriller storici famosi...) ma tutt'altra cosa è dire una cavolata senza rendervene nemmeno conto perché siete degli zoticoni ignoranti. Se non avete il controllo su quello che scrivete come scrittori valete pochino, c'è poco da fare.

In seguito vedrò magari di darvi qualche consiglio su come evitare gli errori e come eventualmente rimediare (qui credo che mi arrampicherò un pochino sugli specchi, però ^^). Per il momento però la conclusione è che sì, si può sbagliare ed è umano, però se lo fate il vostro libro potete anche mettervelo... in tasca.

Ma attenti a non sbagliarvi anche lì!

Simone

Come creare dei personaggi interessanti (o dire almeno di averci provato).

E insomma, siamo partiti col dire che i protagonisti della nostra storia hanno un ruolo importante nella riuscita di un romanzo (e vale anche per i racconti, credo), per poi analizzare un po' di errori che si possono commettere nella loro ideazione e che mi sono inventato di sana pianta apposta per voi.

Adesso non resta altro da fare che inventarmi anche qualche consiglio, così da concludere in maniera (si spera) costruttiva questa serie di post. Eccoci allora arrivati al dunque:

COME CREARE DEI PERSONAGGI INTERESSANTI

Pensateci prima due volte: il protagonista della vostra storia va dal medico, e il dottore è un signore di mezza età ben educato vestito in camice bianco e condito da tutti gli stereotipi del caso. Ok, non è che il dottore non possa essere così come l'ho descritto, ma se vi fermate un minimo a riflettere sul personaggio potreste trovare qualche idea migliore e - si spera - più interessante.

Tanto per fare un esempio, il nostro personaggio principale potrebbe andare dal medico per ritrovarsi alle prese con un ignorantone cattivissimo che si è laureato picchiando i professori che non gli davano 30 agli esami. Forse ancora non ci siamo, ma almeno è già un'idea.

Sottolineate le caratteristiche dei personaggi: la vostra protagonista femminile è molto ansiosa, però si vergogna di darlo a vedere (ah, chissà cosa penseranno di me se scoprono che sono ansiosa... sarà la fine!) e insomma nessuno se ne accorge mai. Bene, e come fanno i lettori a capire questa cosa? Dovete fare in modo che dalla storia trapelino degli indizi sul carattere di questo personaggio, anche se in maniera non evidente (abbiamo detto che gli altri personaggi non se ne accorgono, no?) Durante una conversazione la nostra protagonista potrebbe stringere inconsciamente le mani, impallidire, sudare freddo... insomma chi legge deve poter capire cosa le passa per la mente!

Ancora, potremmo avere un personaggio che dovrebbe essere antipatico. E allora ditelo anche ai lettori! Ma non scrivete: personaggio tale è antipatico, che fa schifo al cappero! Fate vedere che ha un brutto carattere: descrivetelo intento a maltrattare qualcuno, oppure fate che quando lo invitano a una festa non risponde nemmeno... insomma, sottolineate le caratteristiche peculiari dei vostri protagonisti, così i lettori si ricorderanno di loro (e magari anche del vostro libro).

Differenziate fisicamente i personaggi: col libro dei gatti è stato facile. C'è il gatto rosso, il gatto nero, il cucciolo, la gattina grigia... insomma c'era una grossa varietà di caratteristiche visive da poter evidenziare. Ma la cosa vale anche per le persone! Può esserci qualcuno grasso, qualcuno alto, qualcuno secco, qualcuno capellone... non esagerate su questo punto perché rischiate di creare dei protagonisti un po' troppo sopra le righe (a meno che non sia la vostra intenzione) ma sottolineando anche un piccolo dettaglio potrete fare in modo che un lettore si ricordi di un personaggio e lo riconosca subito.

Studiate il linguaggio dei personaggi: questo è molto difficile per un autore alle prime armi, perché il dialogo è un aspetto della scrittura già di per sé complicato. Però l'idea di scrivere un libro è anche quella di dimostrare le nostre capacità, o sbaglio? Uno dei protagonisti potrebbe allora usare espressioni dialettali, un altro potrebbe utilizzare spesso una determinata espressione, qualcuno dirà molte parolacce mentre un altro ancora darà a tutti del lei dimostrando di essere particolarmente freddo o educato.

Se caratterizzate bene il linguaggio dei protagonisti, il lettore riuscirà a immaginarseli meglio e allo stesso tempo capirà chi sta parlando senza che dobbiate necessariamente specificarlo nella narrazione. Se per esempio avete letto uno dei libri di Primo Mazzini (magari qualcuno leggerà questo post tra 20 o 30 anni, chi può dirlo?) sapete già che Mazzini usa spesso l'espressione che problema c'è mentre l'ingegner Verne parla in dialetto mangiandosi le finali dei verbi. Ovvio che in questo modo il lettore capisce subito chi sta parlando in un determinato momento, e il testo è più fluido.

Costruite una storia per ogni personaggio: se ogni protagonista possiede una sua trama, anche se nel corso del romanzo non verrà necessariamente raccontata in maniera estesa, riuscirete a immaginarlo meglio e allo stesso tempo saprete come farlo comportare in maniera coerente in tutte le situazioni. Se poi fate bene il vostro lavoro, al lettore parrà ovvio che ci sia un motivo particolare dietro certi comportamenti e sarà invogliato a proseguire nella lettura per scoprire come stanno le cose.

E va bene, non mi viene in mente proprio nient'altro (fermo restando che l'argomento è tutt'altro che esaurito). A questo punto non resta che mettersi al lavoro, impegnarsi come si deve o sperare almeno in un bel colpo di fortuna così da riuscire a creare dei personaggi meravigliosi che sì inseriscano magistralmente nella nostra magnifica opera letteraria che poi (conviene sempre specificarlo) non pubblicherà ugualmente nessuno.

Se non altro, potremo continuare a dare la colpa agli editori.

Simone

NOTA: il tizio nell'immagine dovrebbe essere Tom Sawyer, ed è l'immagine di un personaggio interessante più interessante che ho trovato.

Perché i personaggi dei vostri libri sono brutti.

Eccoci alla seconda o terza puntata (non so in che ordine le pubblicherò ^^) delle mie riflessioni sui personaggi dei nostri romanzi.

Eravamo partiti con l'ovvia idea che dei protagonisti ben delineati fossero importanti, e vi avevo promesso che più avanti avremmo approfondito anche questioni un po' meno scontate.

Il più avanti è arrivato ed è adesso, per cui oggi si parlerà di come non bisogna realizzare dei personaggi e del perché i protagonisti di una storia che a voi sembra tanto bella potrebbero invece suscitare nei lettori un sentimento di schifo, sgomento, raccapriccio... oppure una ben più banale e irrimediabile noia.

Insomma, veniamo al dunque:

PERCHE' I PERSONAGGI DEI VOSTRI LIBRI SONO BRUTTI.

Perchè sono identici a voi: questo è il primo e più diffuso difetto degli autori emergenti (ovviamente secondo il mio poco autorevole giudizio). Praticamente nella vostra scrittura voi raccontate la vostra vita, e i personaggi dei vostri libri siete voi stessi, magari mascherati in maniera da essere un po' meno riconoscibili. L'assurda convinzione che la nostra noiosa quotidianità sarà apprezzata e addirittura pagata da orde di lettori è un problema molto comune negli aspiranti scrittori, e ci vuole un bel po' di tempo per togliersela dalla testa.

Cioè, chiariamo meglio le cose: avete incontrato alieni? Siete stati al di fuori del sistema solare? Avete combattuto e vinto battaglie scatenate da voi? Siete diventati signori indiscussi dell'umanità intera? Vi siete almeno invischiati in attività moralmente discutibili? Niente di tutto questo?! Ok, bene (anzi male!). Facciamo un po' di training autogeno, e ripetete con me: quello che mi è successo oggi non è così importante da scriverci un libro. Quello che mi è successo oggi non è così importante da scriverci un libro. Quello che mi è successo oggi... vabbe', il senso mi pare chiaro.

La verità, come detto più volte, è che se fate gli scrittori la vostra vita si riassume in noiose giornate di fronte allo schermo di un PC condite da qualche raro evento noioso di cui a nessuno importa una mazza. E no, questa non è una bella storia.

Perché i vostri personaggi sono tutti copiati dall'unica cosa che leggete regolarmente: ok, il protagonista della storia non siete voi, ma è il classico adolescente fighetto che conosce le arti marziali (??) e non ha paura di niente e nessuno. Ma va bene, perché no?

Poi incontriamo il suo amico del cuore: il classico adolescente fighetto che fa arti marziali e che con un salto sta in aria mezzora per poi ricadere gridando la prima boiata che gli viene in mente. E poi arriva la sua ragazza, la classica adolescente fighetta esperta di arti marziali che non teme niente e nessuno. In ultimo, ecco il cattivo della situazione: il classico adolescente fighetto malvagio esperto in un'arte marziale inventata e che tanto per cambiare non ha mai paura di nulla.

Sì, ho capito: è un genere, va di moda, a voi piace, vi sentite chiamati a scrivere di questo tutta la vita (oddio vi auguro di no!), non potreste mai neanche immaginarvi a parlare di altro e bla bla bla. Sì tutto vero però, insomma... che palle!

Perché i vostri personaggi sono fantasy: cioè, ok, c'è fantasy e fantasy e personaggio e personaggio. Il guerriero nobile che va in giro in armatura per sconfiggere i draghi e distruggere qualche anello assieme al suo amico nano barbuto col martello è il classico personaggio che dimostra la vostra completa inabilità (esiste 'sta parola?) a scrivere un libro decente. E il fantasy in questo caso è che qualcuno ve lo pubblichi.

Perché non siete in grado di interpretare i vostri personaggi: se tirate fuori un chirurgo geniale, io mi aspetto che possieda nozioni di medicina che voi forse non avete e per le quali dovreste documentarvi. Se il vostro protagonista ha una laurea in filosofia, una in lingue e una in lettere, poi non potete farlo parlare come un adolescente anche se VOI stessi siete degli adolescenti e non potete per forza di cose esprimervi in maniera diversa.

Perché i vostri personaggi non si distinguono: in questo caso i protagonisti non sono proprio tutti uguali come nell'esempio più sopra, però non sono nemmeno diversi. In parole povere i personaggi sono persone comuni senza dettagli e senza aspetti particolari che li rendano unici. Non è un errore, ma è difficile appassionarsi alle vicende di qualcuno che, tutto sommato, non è nessuno e non rappresenta nulla.

Perché i vostri personaggi non sono coinvolgenti: per quale motivo il protagonista fa una certa cosa? Dove sono le sue motivazioni? E soprattutto: succede effettivamente qualcosa ai personaggi nel corso della trama, o è solo una serie di eventi banali che si concludono in un finale moscio? Se pensate che valga la pena raccontare la storia di una persona, mi pare ovvio che questa persona debba vivere una storia particolare.

Perché i vostri personaggi sono stereotipati: (questa me l'ha mezza bruciata Alex col commento all'altro post ^^) ok, avete messo insieme un bel racconto in cui troviamo nell'ordine un politico ipocrita, un eroe senza paura, un nano tontolone, una ballerina determinata, un poliziotto corrotto, un medico burbero ma geniale e una ragazza brutta che caso strano alla fine diventa bella. Ma come vi sono venuti in mente tutti questi bei protagonisti originali? Mi fate quasi paura!

Vi manca solo l'aspirante scrittore sfigato che scrive sul blog e non sopporta le critiche, e poi avete fatto l'en plein ^^!

Simone

Qualche personaggio in cerca d'autore (emergente).

Ultimamente mi sono reso conto che in anni e anni e anni (1 e mezzo) di blog non ho mai scritto nulla a riguardo dei personaggi delle nostre storie, per cui mi sembra il caso di rimediare con qualche post che renda un minimo di giustizia a questo argomento. In particolare questo è solo il primo di ben 3 aggiornamenti che sto programmando di realizzare a riguardo... sempre ovviamente che una volta terminato questo che state leggendo abbia ancora voglia di scrivere gli altri due.

La cosa più ovvia che posso dire per iniziare ad affrontare la questione, è che i personaggi sono importanti. Geniale, no? Un libro con dei personaggi ben riusciti è sulla buona strada per essere a sua volta un bel romanzo nel suo insieme totale, poco ma sicuro.

E ok, fin qui poteva arrivarci chiunque, nel senso che nessuno vi avrebbe mai detto che in fondo i personaggi hanno un'importanza secondaria e potete anche non perderci troppo tempo. Solo che di solito questa cosa viene detta (e presa) come un dato di fatto, senza cioè che qualcuno vi spieghi concretamente il perché un personaggio ben realizzato è migliore di uno fatto a cavolo.

E vabbe', si potrebbe dire che se nessuno analizza la cosa in dettaglio è perché il tutto è semplicemente ovvio, ma io il post su questa cosa l'ho scritto lo stesso e adesso ve lo leggete (con la promessa che gli altri due saranno più interessanti. Forse):

PERCHE' I PERSONAGGI DEL VOSTRO LIBRO SONO IMPORTANTI

Perché senza personaggi non c'è la storia: mi pare palese. Chi ha mai letto un libro senza alcun protagonista? Io non ne conosco nemmeno uno, visto che in tutte le cose che mi è capitato di leggere c'era qualcuno che faceva qualcosa. E scommetto che adesso me ne tirerete fuori un centinaio ^^.

Perché i personaggi stessi compongono la storia: mai sentito parlare di Indiana Jones, Sherlock Holmes, Rambo, Primo Mazzini ecc...? Tante volte un personaggio colpisce a tal punto l'immaginario collettivo che poi basta evocarne il nome per dare già l'idea di una storia di successo. E se i libri di una certa serie piacciono e vengono letti, un nuovo libro della stessa serie ha buone possibilità di piacere ed essere letto a sua volta. Anche se generalmente dal quarto in poi fanno tutti schifo ^^.

Perché inventare dei buoni personaggi è difficile: non è che uno si sveglia la mattina con in mente Darth Vader che taglia la mano al figlio (non vi dico chi è per non rovinarvi la trama ^^) oppure il dottor House con tanto di medici colleghi al seguito. Inventare un bel personaggio affascinante e che stimoli l'immaginazione del pubblico è una cosa complicata. Sicuramente ci sono delle regole e dei trucchi che si possono utilizzare (ne parliamo più avanti!) ma in fin dei conti un protagonista geniale richiede un geniale ideatore (o un gran colpo di cu...ore).

Perché dei brutti personaggi distruggeranno la vostra storia: immaginatevi un Nightmare dove però il cattivo è un alieno buono col trucco venuto male (e questa se la capite spiegatela agli altri ^^), un Lassie/gatto stronzissimo che a tornare a casa non ci pensa nemmeno, un Will e Grace versione etero oppure ancora un libro di Harry Potter in cui i protagonisti si trasformano in insopportabili adolescenti lagnosi mentre il cattivo è talmente stupido che quando si è ricostruito il corpo si è dimenticato del naso.

Perché dei buoni personaggi potrebbero salvare una storia mediocre: adesso io non faccio dei titoli per paura di essere linciato dai commentatori anonimi, ma a parer mio ci sono dei romanzi famosi in cui la trama è veramente pietibile ma che restano interessanti solo grazie a dei protagnisti ben riusciti.

Perchè i protagonisti possono suggerirvi delle idee: se avete costruito bene i personaggi della vostra storia, alle volte sarà sufficiente inserirli in una determinata situazione narrativa per avere già bene in mente come si svilupperà la trama.

Dovendo fuggire dal covo dei malvagi, il figaccione stereoidato immune ai proiettili (che bel personaggio!) potrebbe semplicemente massacrare tutti a colpi di mannaia arrugginita, Primo Mazzini costruirebbe un macchinario strano che poi si romperebbe portando comunque avanti la trama, e infine lo studente sfigato si caverebbe dalla stessa situazione collegandosi al blog del figaccione di prima per lasciargli una richiesta di aiuto.

E sì, in questo modo ho semplicemente risolto una situazione originale e per la quale non avevo idee riportandola alla solita storia trita e ritrita che tutti conoscono a memoria. E con questo?

È solo uno dei tanti trucchetti del mestiere ^^.

Simone

La scaletta della morte: come preparare un romanzo che poi non scriverete mai.

Per scaletta si intende una serie di eventi concatenati che riassumono la storia e gli avvenimenti nell'ordine in cui si presentano all'interno del romanzo che abbiamo intenzione di realizzare.

Per fare sempre quello che da opinioni eccessive, arrivo a dirvi che se avete preparato una buona scaletta il vostro romanzo è praticamente finito, visto che oramai non vi resta altro da fare che... scriverlo.

In fin dei conti nella scaletta avete già i personaggi, la trama, i colpi di scena, il finale e insomma tutto quello che dovevate inventarvi per creare una storia dall'inizio alla fine. La parte difficile è fatta, mentre per scrivere un testo accettabile quando tutto è gia prestabilito in fin dei conti non è che ci voglia questa gran capacita letteraria. È solo questione di lavoro, e questo è facile.

Il problema è che una buona scaletta non è una cosa così semplice da realizzare, ed è ancor meno semplice da seguire al punto che inizio a chiedermi se non sia effettivamente impossibile scalettare (che verbo usereste voi? ^^) un romanzo al 100% e poi scrivere solo quello che si è progettato in precedenza.

Vi faccio un esempio con la Sindrome di Reinegarth, il romanzo che potete scaricare dal mio sito. Ovviamente il sito in questione, mio, da cui potete scaricare il romanzo, è quello su di quale state leggendo ora. E sì io faccio lo scrittore e scrivo bene.

SCALETTA DELLA SINDROME DI REINEGARTH (PRIMI CAPITOLI) - PRIMA VERSIONE

- Protagonista vuole fare il disegnatore di fumetti.
- Gli commissionano un lavoro per una casa editrice.
- Ha bisogno di soldi per mantenersi.
- Trova lavoro in un laboratorio di ricerca.
- Qualcosa va storto durante gli esperimenti sui sogni.

Be', la prima parte del romanzo è più o meno questa, e i più sprovveduti si diranno che come scaletta va bene e che anzi il lavoro sia più o meno ben progettato. E invece, ovviamente, no, visto che la storia reale ha tutto un altro livello di dettaglio che in questo riassunto non compare minimamente.

SCALETTA COME REALMENTE È IL ROMANZO FINITO

- Marco (il nome del protagonista) litiga col padre perché vuole fare il disegnatore di fumetti invece che lavorare nel ristorante di famiglia (sì è un coglione ^^)
- Marco fa il colloquio con la casa editrice, in cui gli propongono un fumetto di un certo Crammond che però a Marco non piace. In ogni caso accetta di realizzarlo fingendo che sia di suo gradimento.
- Marco trova lavoro con degli scenziati che fanno degli studi sui sogni grazie al fatto che da quando è nato egli (sempre Marco!) riesce a ricordare tutto quello che sogna la notte.
- Durante gli esperimenti Marco sogna un'entita misteriosa che lo assale facendolo svegliare in preda al terrore.

Insomma, visto? La storia segue l'idea della scaletta iniziale, ma scrivendo e andando avanti con la trama il tutto si fa più complesso e denso di spessore. Il difficile è proprio questo: non tanto inventare la trama e gli eventi principali (che comunque erano chiari anche all'inizio) quanto riempire la storia con quello che deve succedere tra un punto fisso e l'altro, dando allo stesso tempo spessore ai personaggi, colore alle relazioni interpersonali e soprattutto un'atmosfera e delle descrizioni piacevoli e credibili.

Ecco, finora io non sono mai stato in grado di fare questo lavoro a priori. Il passaggio dalla scaletta di partenza a quella definitiva è sempre stato fatto in corso d'opera, mentre scrivevo, e sinceramente non so se anche continuando a migliorare le mie capacità di scrittore riuscirò mai a partire direttamente dalla scaletta più completa.

Col nuovo romanzo, Primo Mazzini, c'è stato un piccolo passo avanti. Ho molte scene complete in mente già pronte da tempo, ma tra un passaggio e l'altro della trama ci sono comunque dei buchi incredibili e dei tempi morti che vanno in qualche modo riempiti e che rallentano davvero molto il lavoro.

Insomma, le cose stanno così. Adesso... come avevo progettato di finire il post? Ah, certo, ecco qui: questo era l'argomento del giorno, e come sempre attendo i vostri commenti.

Simone

Lo scrittore che prima di correggere il proprio romanzo aspetta un sacco di tempo.

Avete mai seguito un corso di scrittura di base? Vi basterà semplicemente fare una ricerca sul web per trovare i consigli di qualche blogger aspirante scribacchino dei miei stivali (io non ne conosco nessuno) per incappare in un consiglio del genere.

Di cosa sto parlando? Ma del fatto che, dopo aver terminato un romanzo e prima di passare alla sua rilettura e correzione definitiva, si consiglia spesso e sovente di lasciar passare un determinato periodo di tempo.

Per chiarire: nell'ottica dei bravi autori che capiscono come si fa questo lavoro (parliamo dello scrittore, che sì per qualcuno è un lavoro!) se voi scrivete - che ne so - un romanzo sui gatti e lo correggerete immediatamente appena terminata la prima stesura, sarete ancora così immersi nelle tremende pippe mentali che vi siete fatti per scriverlo da confondervi le idee da soli e non riuscire a fare un lavoro di editing accettabile. Questo significa che il risultato finale farà schifo, e nessun editore vorrà pubblicarlo.

Al contrario, se prima di mettervi a rileggere e riscrivere lasciate passare del tempo (che poi quantificheremo), avrete le idee più chiare. Il vostro editing sarà migliore, il testo più scorrevole, e se anche nessun editore vorrà pubblicarlo lo stesso il vostro romanzo sarà comunque più bello.

Ok, quantifichiamo. Quanto è giusto attendere, secondo voi, prima di passare alla fase definitiva della scrittura di un romanzo? Un mese? Due mesi? Tre? Quattro? Oh, allora?!

La verità è che non ve lo dice nessuno. Non c'è un tempo standard, anche se l'opinione comune è che il libro ve lo dovreste essere scordato a tal punto da non riconoscere neanche più la vostra scrittura. Difficile per me, visto che rileggo tutti i giorni i miei romanzi anche nei momenti di maggiore concentrazione e li conosco praticamente a memoria. Ma per la gente normale si parla di.... dai sei mesi a un anno. Chiaro? Scrivete un romanzo, per un anno lo lasciate lì da qualche parte (attenti a non scordarvi dove!) poi lo correggete, poi lo mandate a un editore e poi non ricevete alcuna risposta. È questa la procedura corretta, e se non lo fate siete il solito sfigato che di scrittura ne capisce poco.

Ok, adesso passiamo al corso avanzato e alle mie interessanti (??) opinioni personali: questo discorso dell'attesa anche di mesi prima di rileggere il proprio lavoro (e poi ovviamente riscriverlo) è una cosa che mi sta proprio sullo stomaco. Cioè, io già ci metto un'eternità per scrivere una cosa, e adesso solo perché non c'è un cazzo di editor disposto a correggere i miei libri devo bruciarmi la vita ad aspettare di essermeli dimenticati?

È vero che questa cosa effettivamente si fa e funziona (Hemingway ha editato il vecchio e il mare un anno dopo averlo scritto, e il risultato mi sembra buonino) ma non siamo tutti Hemingway e questa fissazione di dover presentare solo la perfezione assoluta è anche controproducente.

Immaginatevi uno scrittore aspirante anche bravino, e provate a pensare a cosa lo aspetta non per diventare famoso ma solo per pubblicare un'opera prima accettabile. Il poveraccio in questione dovrebbe impiegare: 1 anno per ideare un romanzo, 1 anno per scriverlo, 1 anno di attesa per rileggerlo, 1 anno per riscriverlo, 1 anno di attesa per firmare il contratto di un cavolo editore che se l'è letto e 1 anno ancora di attesa per arrivare in libreria.

Insomma a seguire le regole se sei già bravo e meriti di pubblicare dall'ideazione alla pubbicazione passano 6 anni solo per un libretto mediocre che magari non comprerà nessuno! E il bello è che se uno volesse campare con le vendite di questo libro (cosa di per sé insensata ma per dire) deve aspettare ancora un altro anno in più perché l'autore vede i primi guadagni l'anno successivo a quello della pubblicazione.

Tutto questo aspettare, attendere, lasciar correre e veder passare mi sembra completamente insensato, ed è parte del bagaglio di automortificazione e nichilismo di cui gli aspiranti scrittori adorano caricarsi.

Aspirante scrittore nichilista: non sono sicuro, non sono all'altezza, a nessuno piacerà quello che scrivo, non sono capace, fanno bene a non pubblicarmi, i critici che mi insultano hanno ragione, meglio fallire che avere un successo non assoluto e poi tanto io scrivo per me e per quella cosa che mi sento dentro (??).

Ma qual è invece la realtà editoriale? Da quel che vedo io, gli scrittori veri che si pubblicano e che vendono tanto scrivono anche due libri all'anno, e a nessun editore al mondo verrebbe mai in mente di aspettare mesi e mesi prima di mandare in stampa il nuovo Jerry Potter o l'ultimo romanzo di Stiven Ching.

Ok, mi pare di essermi dilungato abbastanza. Adesso devo solo correggere quello che ho scritto, e poi tra un annetto o due potrò anche metterlo online ^^.

Simone

Il corso avanzato: la posizione dello scrittore (punto di vista e tempo narrativo).

Lo so che non ci crederete nemmeno, ma dopo un po' di tempo in cui si è parlato d'altro, torniamo a parlare di scrittura.

Allora, cerchiamo di usare un po' di fantasia (sperando che non sia chiedere troppo a degli aspiranti scrittori ^^). Provate dunque a immaginare che la storia di cui state parlando avvenga da sé, senza il vostro intervento. I personaggi del vostro racconto sono vivi, e fanno quello che devono fare per i fatti loro, senza che voi possiate intervenire a rompergli le scatole.

Immaginate allora che per raccontare ai lettori la storia che vivono i vostri protagonisti, voi vi posizioniate da qualche parte all'interno di questo scenario inventato, e che scriviate semplicemente quello che vi capita di vedere e sentire. Se qualcosa avviene davanti ai vostri occhi allora ne parlate, ma se un evento anche importante succede al di fuori del vostro campo di azione allora voi non ve ne renderete conto, e con voi nemmeno i vostri lettori.

In linea di massima da questa scelta derivano conseguentemente la forma verbale del testo (prima, terza e alle volte anche seconda persona), e le informazioni che arrivano al lettore. Visto che le possibilità a questo punto non sono infinite, mi pare utile e simpatico (nonché un bel modo per riempire il blog) parlarne rapidamente.

Vi avviso comunque che nei manuali di scrittura creativa veri potreste trovare definizioni differenti, mentre io queste me le sono inventate come piaceva a me. Dubito che alla fine ci sia una qualsiasi differenza sostanziale ma in ogni caso, come sempre, vi consiglio di dar retta a loro e non a me ^^.

Narratore dietro un personaggio: la storia viene raccontata in terza persona dal punto di vista di uno dei protagonisti (tizio andò, tizio fece, tizio mangiò e - cosa importante - tizio pensò). In questo modo il lettore sarà sempre informato di tutto ciò che riguarda il personaggio in questione, ma ovviamente non di quello che pensano e vedono tutti gli altri.

Di solito i romanzi moderni sono generalmente scritti così. Almeno a volte. Credo.

Narratore dietro tutti i personaggi allo stesso tempo: lo scrittore descrive la situazione senza un punto di vista particolare, e il lettore è sempre a conoscenza di quello che vedono e pensano tutti i personaggi. Scelta narrativa legittima, anche se poco saggia se non volete che si sappia fin da subito chi è l'assassino. Se leggete il terzo volume de la spada del destino del drago vampiro: il ritorno dell'anello (o un altro romanzo dal titolo analogo) probabilmente è scritto così. Anche se forse l'autore non se ne è accorto.

Narratore vicino a un personaggio: seguite sempre un personaggio solo, ma i suoi pensieri non ci vengono raccontati. Per il mio particolare parere del momento (Domenica 17 Febbraio 2008, ore 17.54) è il mio punto di vista preferito e con il quale mi trovo meglio. Ok, sono le 17.55 e ci ho ripensato: non lo è più.

Narratore vicino a tutti i personaggi: come sopra, solo che invece di seguire soltanto il protagonista raccontate quello che fanno e che conoscono un po' tutti, sempre senza entrare nel merito dei loro pensieri. Un po' come al cinema insomma, a parte i film dove c'è una voce narrante.

Narratore dentro a un personaggio (ma non come piacerebbe a voi): in sostanza sarebbe la classica narrazione in prima persona. La storia è vista con gli occhi del protagonista, e tutti gli avvenimenti sono filtrati dai suoi sentimenti e dal suo modo di affrontare determinate situazioni. Il mio La sindrome di Reinegarth è scritto così, anche se ci sono delle parti in terza persona.

Narratore dentro a tutti i personaggi: una prima persona globale, insomma. Personalmente, non ho la minima idea di come si possa realizzare una cosa del genere senza confondere le idee ai lettori e ritrovarsi con un testo illegibile, ma se davvero ci riuscite credo che la vostra carriera letteraria sarà sfolgorante. Ora che ci penso, c'è un pezzo di Mozart di Atlantide in cui ho provato a fare una mezza cosa del genere (ci sono due personaggi che narrano in prima persona, ma ovviamente in capitoli separati).

Se devo proprio essere sincero, io tutto 'sto gran sfolgorio non l'ho visto ^^.

Narratore che se la prende con voi: utilizzando i verbi nella seconda persona, la storia racconta di come voi pensate, agite e vi comportate in una determinata maniera. Questa cosa insenstata è tipica dei libri/gioco dove vi viene chiesto di fare determinate scelte che in genere influenzano la storia in maniera arbitraria: se vuoi mangiare il ratto per non morire di fame dentro la prigione in cui stai marcendo da anni vai a pagina 150 (che bella storia appassionante, vero? ^^) se invece vuoi tentare la fuga col tuo super-potere mutante vai a pagina 200.

Scusate, ma adesso voglio vedere che succede...

Pag. 150: il ratto si trasforma in un Ippogrifo robot (!?) che volando ti porta via dalla tua cella. Se non hai indossato il casco magico cavalca Ippogrifi che trovavi nel volume precedente delle nostre avventure cadi e muori all'istante in una lunga agonia senza fine, altrimenti il libro è finito e compratene un altro.

Pag. 200: provi a scappare ma il castello è immerso in un campo anti-poteri-mutanti (e ti pareva!) e le guardie ti fanno a pezzi con le formine del pongo a forma di stella. Comunque non ricominciare il libro da capo, compratene un altro lo stesso!

Ok, direi che più o meno può bastare. Altri punti di vista ce ne sono di sicuro, ma a me non vengono in mente per cui sticavoli. È un corso avanzato, cercateveli da soli su Internet.

Simone

Non è tanto importante di cosa parlate, ma almeno parlate di qualcosa.

L'idea per questo nuovo capitolo del corso di scrittura avanzato è nata quando ho avuto la bella pensata di invitare i visitatori del blog a partecipare a un sondaggio. Il sondaggio funziona ponendo una domanda, e offrendo una serie di possibili risposte tra le quali chi vuole può scegliere semplicemente cliccandone una (visto che nel corso avanzato non volevo spiegare cose elementari ^^). A fine tempo limite (avevo messo un mese) restano i risultati nonché una graziosa sensazione di aver sprecato inutilmente il nostro tempo libero.

La domanda era la seguente: diventerò mai uno scrittore famoso?

Ed eccovi i risultati:

Secondo me sei già affermatissimo! 10 (15%)
Credo proprio di sì! 10 (15%)
Forse, ma è difficile. 23 (35%)
Non penso proprio, mi dispiace. 5 (7%)
Mi auguro sinceramente di no! 16 (25%)


E vi risparmio di ripetervi per l'ennesima volta la battuta su chi ha risposto mi auguro di no (che comunque troverete nell'eventuale secondo libro del blog).

Commentando questi risultati, uno dei miei lettori (non ricordo però quale dei tre) mi ha fatto notare come a parer suo il giudizio su di me fosse generalmente di amore o di odio. Se devo proprio dire la mia, nei risultati del sondaggio io ci ho visto più un'indecisione generale, ma per non perdere completamente il senso di quello che voglio dire darò comunque retta al mio amico commentatore: i giudizi nei miei confronti sarebbero insomma positivi o negativi, con poche vie di mezzo.

Sondaggio o non sondaggio, credete che sia possibile una cosa del genere? Sono davvero un autore costantemente in bilico tra il successo assoluto e la distruzione totale? Io penso di sì, ma non solo: penso che la stessa cosa si possa dire per tutti gli scrittori: ti piace quello che dice quello lì? Sì, lo adoro e me lo farei. Oppure: no, mi sta sulle palle e magari more. La cosa strana è che ho la sensazione che molti partano già con l'idea di volerti amare o odiare ancora prima di leggerti, e che analizzando quello che hai scritto cerchino semplicemente di giustificare la loro presa di posizione iniziale.

Ecco, siamo passati dal corso avanzato alla filosofia più complessa, se non addirittura alle solite pippe mentali che non portano da nessuna parte? Non necessariamente, visto che secondo me c'è una ragione precisa e ben identificabile che stimola questo atteggiamento di attrazione o repulsione nei lettori. Ed è semplicemente l'argomento di cui stiamo parlando.

Le persone si avvicinano a quello che scriviamo per tantissimi motivi, ma uno dei più importanti è che sono attratte da quello che abbiamo da dire. In sostanza gli esseri umani hanno i propri interessi, e cercano sempre nuove occasioni per approfondirli. E l'approccio a questo approfondimento non è mai passivo, ma ognuno ha già delle proprie idee ben precise che si trova di continuo a dover mettere in discussione oppure a difendere.

In fin dei conti io in questo blog racconto il mio punto di vista sull'editoria usando un tono vagamente ironico (per usare un eufemismo) e questo mi fa pensare che le persone a cui interessa sentir parlare di libri in maniera diversa dal solito (o forse nella solita maniera, visto che tutti questi scrittori entusiasti io non li vedo) saranno portate ad apprezzare il mio blog. Si porranno insomma di fronte a quello che scrivo in modo positivo, perdonando l'incredibile sequela di cazzate che sparo abitualmente.

Alla faccia del corso avanzato, vero? Ho appena scoperto l'acqua calda eppure... eppure non mi pare che questo discorso sia ovvio per tutti, visto che il difetto che accomuna la semi totalità degli autori emergenti è solo e soltanto questo: la devastante mancanza di idee. O meglio (visto che non voglio credere che tanta gente scriva senza nulla in mente) la mancata espressione delle proprie idee.

Quali sono infatti le storie tipiche da scrittore emergente e in cosa vanno a impelagarsi gli aspiranti nuovi autori famosi? Vi piacerebbe tanto saperlo, vero? Vorreste che ve lo dicessi subito, eh? E invece ne parleremo in un altro post, che questo sta andando troppo per le lunghe.

E poi mi serve un po' di tempo per inventarmi qualcosa ^^.

Simone

Il corso di scrittura avanzato: perché non vanno messi 120 mila aggettivi per pagina (o perché vi dicono di non farlo).

Inauguriamo finalmente la sezione che dovrebbe fare da scheletro all'eventuale secondo libro del blog (che sarà famoso per essere il primo seguito di un libro mai pubblicato ^^): il corso di scrittura avanzato che vi fa diventare ancora più bravi (ma non necessariamente a scrivere).

E perché questo corso tanto avanzato dovresti farlo proprio tu? Mi chiederà di per certo qualcuno dei soliti simpaticoni. Be', prima di tutto perché se anche non ci crede nessuno io qualcosa su come si scrive temo di averla capita per davvero. In secondo luogo perché tanto anche sui manuali di scrittura degli scrittori bravi (sarebbero quelli che li pubblicano pure... ma non sono più tanto sicuro che esistano davvero) ci stanno scritte solo fregnacce, e poi soprattutto perché l'idea l'ho avuta io e se c'era qualcuno più adatto di me allora poteva pensarci prima.

E poi vabbe', inutile arrampicarsi sugli specchi: faccio un corso avanzato perché se no nel secondo libro che cazzo ci scrivo? E incominciamo con la prima puntata.

Il corso di scrittura avanzato: perché non vanno messi 120 mila aggettivi per pagina (o perché vi dicono di non farlo).

Ma questa è roba vecchia! Su tutti i libri di addomesticamento editoriale (tanto per non ripetere sempre corsi di scrittura) c'è scritto che meno aggettivi mettete e meglio è, e soprattutto guai a scrivere qualsiasi cosa che finisca in ente (credo si riferiscano agli avverbi e a un altro modo per formulare la frase lei non dice la verità) pena l'arsura nel microonde con tanto di funzione crispy attivata.

Ok, è vero. A partire da Stephen King fino al redattore più inutile della redazione più scarsa (che poi non necessariamente scrive peggio di King, anche se è probabile) vi diranno tutti la stessa cosa, imponendovi di eliminare gli aggettivi e zitti senza possibilità di appello. Il bello è che sto per dirvelo anch'io, solo che a differenza dei milioni di miliardi di altre voci simili alla mia sarò anche il primo che proverà a spiegarvi i vari perché. E se dopo non sarete ancora daccordo allora stupitemi pure con tutti gli aggettivi che vi pare, non batterò ciglio.

Un testo più corto è meglio di uno più lungo: qui sembra una cosa ridicola, ma non lo è. La gente si stanca nel leggere frasi lunghe e complesse, c'è poco da fare. Capisco che non è colpa vostra se l'essere umano è tanto fragile, però è la realtà dei fatti ed è una cosa con cui dovete fare i conti. Se eliminate gli aggettivi inutili e riuscite a dire la stessa cosa con meno parole vi ritroverete con un libro più gradevole.

Non tutti gli aggettivi servono a qualcosa: cosa pensereste se vi dicessi che il caldo calore della fiamma di fuoco fu spento dall'effetto bagnante dell'acqua che era umida? Immagino che vi direste che qui le cose sono due: o lo stavo facendo di proposito per dare alla frase un senso particolare (io in questo caso stavo ricercando lo schifo) oppure che è inutile arrampicarsi sugli specchi: suona male perché è zeppo di aggettivi di cui non c'era bisogno e per di più proposti in un cattivo italiano. Adesso lo ri-chiarisco: non vi aspettate che qualcuno legga quella frase pensando che è tutto a posto perché non lo è, e il problema sono gli aggettivi.

Voi dovreste essere quelli che scrivono bene: ok, il libro è il vostro e in fin dei conti se ne avete voglia potete metterci dentro tutti gli aggettivi che vi pare. Avete il mio permesso. Però l'idea alla base del vostro stesso essere scrittori è che il vostro italiano sia di alto livello... o per lo meno di livello medio. Almeno almeno sufficiente, dai. Quello che voglio dire è che se decidete di aggiungere una riga, una frase o anche una singola parola dovete farlo dimostrando di esserne all'altezza. Vi faccio un esempio che - ci crediate o no - corrisponde più o meno a quello che capita di leggere in giro per Internet:

Il valoroso guerriero si arrampicò sbuffando sul pendio scosceso mentre una pallida luna illuminava il cielo nero di quella fredda notte invernale.

Ok, avete letto le cronache della spada del prescelto dei signori del drago: il destino dell'anello o qualche altra dodecalogia da milioni di pagine, e alla luce di qualche vostro insensato gusto personale volevate scrivere qualcosa di simile. Liberissimi, o meglio: cazzi vostri. Se vi piace 'sta roba peggio per voi, e anzi è un genere che va anche di moda per cui finisce pure che diventate famosi. Il fatto è che nella frase che avete appena scritto ogni singolo aggettivo è il diretto complementare della parola a cui si riferisce:

Guerriero valoroso, notte buia, inverno freddo, luna pallida... la cosa evidente in tutto questo è che non vi siete minimamente sforzati nemmeno a pensare qualche aggettivo più originale e meno scontato, e soprattutto che non avevate alcuna idea sull'ambientazione ma avete scritto solo usando le frasi più scontate che vi venivano in mente. Insomma il testo fa cagare non perché ci sono dieci aggettivi per riga, ma perché sembrano gli unici dieci che conoscete.

Tanto per far finta che sia un corso serio andiamo a vedere come scrive davvero uno come Tolkien (sperando di non passare i guai per poche righe):

Il popolo hobbit è discreto e modesto, ma di antica origine, meno numeroso oggi che nel passato; amante della pace, della calma e della terra ben coltivata, il suo asilo preferito era una campagna scrupolosamente ordinata e curata. Ora come allora, essi non capiscono e non amano macchinari più complessi del soffietto del fabbro,
del mulino ad acqua o del telaio a mano, quantunque abilissimi nel maneggiare attrezzi di ogni tipo.


La miseria, ci sono più aggettivi nelle prime due righe che in due miei romanzi messi insieme... e ho pure scelto un passaggio dove ce ne sono pochi! Ammetterete però che nel testo di Tolkien non c'è nulla di banale e di scontato, ed è scritto così bene che a me quei nanetti del cavolo mi pare quasi di poterli vedere (stavo per scrivere prendere a calci... e in effetti se vedete l'ho fatto).

Forse state copiando il testo sbagliato: cioè, è vero che un libro bello può vendere tanto e un libro che vende tanto può anche essere bello, ma se siete convinti che descrizioni di un certo tipo siano belle perché si trovano all'interno di libri che vendono tanto rischiate di non capirci più niente. Un po' come dopo aver letto questo paragrafo.

Se non siete capaci, non ci provate: e adesso vi svelerò il reale motivo per il quale tutti i corsi base di scrittura impongono di ridurre al minimo avverbi e aggettivi. Perché tanto sono rivolti a gente che di scrittura sa ancora pochino (avrei detto non capisce una minchia ma poi qualcuno si offendeva) ma che dopo l'acquisto dei 40 fascicoli di tutti Hemingway o del video corso interattivo premio Nobel in 30 minuti pretenderà di sentirsi almeno migliorata.

Insomma, imponendo indiscriminatamente a tutti di scrivere nella maniera più semplice possibile la speranza è di formare cattivi scrittori che - per lo meno - scrivano roba che non dia l'effetto di passare le unghie su una lavagna. Il triste risultato di tutto questo è che i racconti degli aspiranti emergenti che hanno studiato (tre giorni) sembrano scritti tutti dalla stessa persona che evidentemente non ha completato le elementari, ed è pieno di rimbambiti che avendo letto l'incipit dell'autobiografia di qualche autore di best seller (io avere fatto molti molti soldi con mio libro molto molto bello e ora spiega te come avere fatto: non mette aggettivi e avverbi che suona molto molto brutto, e se questa idea non piacere metti pure tuo libro in tuo culo) passano il tempo a cancellare gli aggettivi di qualsiasi testo gli capiti sotto mano per poi dire all'autore che gliel'hanno migliorato.

Ok, lo ammetto, lo faccio sempre anch'io ^^.

Simone

Perché non bisogna dar retta a chi critica il nostro lavoro (non necessariamente letterario).

In un ipotetico corso di scrittura avanzato (nel senso che ormai il libro del blog l'ho mandato agli editori ma mi avanzano un sacco di post) questo articolo andrebbe prima di quell'altro con cui insultavo i miei detrattori. L'idea infatti è di presentare i motivi per cui ci si può permettere di mandare tutti a quel paese, giustificando un gesto tanto folle (e liberatorio) con la solita retorica spicciola da scrittore in erba che rigira ogni discorso come fa comodo a lui.

M'immagino già le faccie stupite e gli sguardi strabuzzati (vabbe' avete capito!) dei tanti aspiranti autori emergenti sconosciuti in cerca di pubblicazione (insomma il peggio del peggio ^^): su tutti i manuali di scrittura sta scritto che bisogna accettare sempre e comunque le critiche dei nostri lettori... anche sul tuo!

Effettivamente, il mite servilismo di fronte al giudizio dei lettori è una delle regole inviolabili del bravo emergente. Voglio dire: già è difficile trovare qualche anima pia che provi almeno a dare una guardata a quello che scriviamo, e voi volete pure mandarlo a cagare? Insomma, se questo fosse un corso di scrittura del piffero come ce ne sono tanti, adesso vi rifarei il cazziatone su come bisogna mettersi in testa che i lettori sono nostri amici, i critici vogliono aiutarci e gli editori ne capiscono più di noi e tutta la solita solfa. Però stavamo dicendo che questo è il corso avanzato, e allora invece no.

Cioè, ma che palle! Io come autore devo abbozzare di fronte agli editori che mi mandano a cagare (se un editore non ti pubblica il libro non merita e bla bla bla), poi abbozzare di fronte ai lettori acidi che non scopano mai e danno la colpa al mio libro, e ancora abbozzare con gli altri scrittori ancora più sfigati di me che vogliono farmi la paternale solo perché io ho scritto un romanzo e loro no.

Insomma, siamo pur sempre degli scrittori e come tali dovremmo avere un minimo di autostima. Se io pensassi di scrivere davvero solo cose stupide e di basso livello, non mi metterei nemmeno a cercare un editore, o no? E allora non è che ogni scemo che arriva e mi dice che sono un coglionazzo io devo trovarmi obbligato a starlo a sentire, dando per assunto che chiunque legga i nostri libri ne sappia più di noi, capisca più di noi e soprattutto sia anche in grado di esporre come si deve pregi e difetti (specialmente i difetti) del nostro lavoro.

Però, così come è pieno di gente che si sveglia la mattina convinta di essere un grande scrittore, c'è almeno altrettanta gente che mentre fa colazione con merendina e caffellatte si rende improvvisamente conto di essere un critico che capisce tutto lui e si mette all'opera a spaccare i marroni alla gente che lavora. Ok, no, scusate: alla gente che scrive.

E allora qualche volta ci vuole pure un po' di orgoglio o di arroganza o chiamatelo come vi pare, comunque bisogna saper dire: no, ho scritto questa cosa non perché mi sono sbagliato o sono un rincoglionito ma semplicemente perché volevo che fosse così. E se a te non ti piace per motivi tuoi, sinceramente, sticazzi.

E se voi non siete daccordo, sinceramente, pure.

Simone

Il modo sbagliato per presentarsi a un editore.

Ecco un altro post che è nato per tappare i buchi del libro del blog (che ormai è praticamente finito). Se ricordate, avevo già parlato un po' di queste cose nel corso della fiera della piccola e media editoria, ma così com'era il testo non andava bene e allora l'ho riscritto. Ovviamente lo riposto anche qui, sul blog del libro ^^:

Il modo sbagliato per presentarsi a un editore.

Cercate di figurarvi la situazione: siete degli scrittori sconosciuti, mai pubblicati e totalmente alle prime esperienze nel mondo dell'editoria. Avete deciso di mandare in giro la prima cosa che abbiate mai scritto, nella speranza che qualche scemo decida di investire dei soldi su di voi e per di più vi paghi per farlo.

Dopo una gestazione che può essere durata tranquillamente degli anni il vostro manoscritto giunge finalmente in mano a qualcuno che potrebbe cambiare la vostra vita (almeno nei vostri sogni) trasformandovi da impiegato frustrato a scrittore gran scopatore, soltanto che... non vi siete sprecati nemmeno un po' a sistemare il vostro lavoro in maniera tale da essere degno di essere letto. Ma siete scemi o no?

Eccovi allora un elenco di cose da non fare assolutamente quando presentate un romanzo a un editore:

- Non usare carattere più piccolo di 12. Non usare un carattere più grande di 14. Meglio sempre e comunque 12.

- Non usate un font del cazzo. Times New Roman va benissimo, tant'è che Word lo usa di default.

- Non mandate manoscritti senza prima aver chiesto all'editore se potete mandargli dei manoscritti.

- Soprattutto non mandate testi via email senza prima aver chiesto all'editore se va bene il testo via email.

- Non scordatevi di allegare una lettera di presentazione.

- Non allegate una lettera di presentazione di 100 pagine (una pagina basta e avanza), e soprattutto non scriveteci delle stronzate!

- Non evitate di svelare il finale per non rovinare il gusto della lettura all'editore. Lui vuole solo sapere se il vostro libro potrebbe farlo arricchire e di leggerlo non gliene frega niente.

- Non mandate stampe autoprodotte tipografiche o fatte con Lulu e altri sistemi print on demand. Questo vi distinguerebbe dalla massa degli altri manoscritti, e gli editori detestano gli scrittori che si distinguono. Sì, è una contraddizione, ma tant'è: mandate solo fotocopie.

- Rileggete il testo prima di stamparlo e mandarlo a qualcuno. No, davvero, rileggetelo!

- Ricordatevi d'inserire i numeri di pagina, e aggiungete sempre una rilegatura a spirale. Anche se la prima cosa che l'editore farà col vostro manoscritto sarà staccare la rilegatura per riciclarla per qualcosa che serve a lui.

- Non spedite assieme al manoscritto roba tipo sciarpe, medaglie, pupazzetti e altri oggetti strani. Vi prenderanno per scemo.

- E soprattuto, ricordatevi di scrivere i vostri dati personali (nome, cognome, telefono e indirizzo!). Le case editrici sono piene di capolavori che non verranno mai pubblicati perché, semplicemente, nessuno sa chi sia l'autore.

Simone

Come scegliere un editore da cui farsi rifiutare.

Una delle poche certezze che mi sono fatto nel mondo dell'editoria è che spedire un manoscritto a una casa editrice costa soldi per la stampa, soldi per le fotocopie, tempo per la fila alla posta e poi ancora soldi.

Una delle poche cose che invece ho capito è che mandare un romanzo a chiunque capiti a tiro senza neanche sapere di preciso dove andrà a finire è sbagliato e controproducente: rischiamo di essere scartati a priori senza nemmeno essere letti, di fare qualche brutto incontro (tipo editori a pagamento che poi non vendono una copia) o semplicemente di rompere le palle a tutti facendoci così una pessima reputazione.

Ecco allora un sistema per minimizzare al massimo (vale come espressione?) il numero di editori da contattare per proporre la pubblicazione di qualcosa che abbiamo scritto. Ovviamente è il sistema che uso io, per cui vi ricordo che come risultato non vi pubblicherà nessuno ^^

Iniziate con una ricerca su Internet, e vedete quali case editrici pubblicano libri simili al vostro (per fare un esempio, per il libro dei gatti ho cercato altri romanzi con animali come protagonisti).

Una volta trovati un po' di editori che pubblicano roba tipo la vostra, fatevi un giro in libreria e controllate quali di queste case editrici hanno una distribuzione tale da essere per lo meno reperibili su ordinazione (scartando ovviamente tutte le altre).

Contattate telefonicamente le redazioni delle case editrici che ancora rimangono nella vostra lista, e chiedete se potete inviargli il vostro manoscritto e soprattutto COME dovete inviargli il vostro manoscritto. Molti vi diranno che non valutano emergenti o che non sono interessati al vostro libro in particolare, per cui tanto vale che vi mettiate l'anima in pace e li cancelliate dalla lista.

Al termine di questo lavoro difficilmente sarete rimasti con più di 5 o 6 indirizzi, ma date retta a me è molto meglio così: è molto probabile che questi editori vi valutino per davvero (altrimenti ve lo avrebbero detto al telefono), e soprattutto il vostro lavoro sarà sicuramente adatto alla loro linea editoriale (se no non avrebbero pubblicato altri libri simili, no?).

E poi, se non altro, avrete risparmiato un po' di soldi ^^

Simone

Gli errori più frequenti nella stesura di un romanzo.

C'è voluto un po', ma finalmente mi sono deciso a scrivere la settima (e prevedo ultima) puntata del corso per scrivere un romanzo che poi nessuno vorrà pubblicare.

Se vi ricordate, l'ultima volta avevamo parlato del come si corregge un libro appena scritto, mentre oggi parleremo del cosa bisogna correggere. Intendo cioè parlare degli errori più frequenti che possono trovarsi nel manoscritto di un emergente, che ovviamente fanno incavolare a morte gli editori e soprattutto rendono un romanzo magari bello una schifezza terribile.

- Ortografia e grammatica: lo so che sembra assurdo, ma tanti aspiranti scrittori non sanno scrivere l'itagliano. Sè poi cuando uno vì legge trova un'sacco di erori, cosa penzate che penzi di voi? È vero che gli errori possono sempre scappare, ma è anche vero che chi legge un libro che ha pagato o che peggio ancora deve decidere se pubblicare o meno non è tanto propenso a perdonare un romanzo che inizia con un'apostrofo al posto sbajiato già nel primo paragrafo.

- Personaggi che cambiano nome: a me capita sempre. Scelgo il nome di un personaggio, poi a metà libro decido di cambiarlo ma alla fine faccio un casino e mi ritrovo con un personaggio che cambia nome un capitolo sì e l'altro pure. La cosa migliore è usare il trova/sostituisci di word o openoffice, ma tanto se ogni volta cambiate di nuovo i nomi di sicuro ve ne scappa qualcuno.

- Verosimiglianza: la storia ha senso o succedono cose che sono impossibili o troppo poco probabili? Magari in un giallo non si capisce perché l'assassino ha fatto una determinata cosa o viceversa perché non l'ha fatta. Non disperate se vi accorgete che la trama non torna proprio alla fine: cercate di aggiungere dei brevi passaggi o delle descrizioni che giustifichino l'accaduto. Certo, era meglio se ci pensavate prima, però.

- L'effetto bat-cintura: a un certo punto succede qualcosa di inaspettato o totalmente improbabile che aiuta il protagonista. Proprio come nei telefilm di Batman, ricordate: il Joker infila Batman e Robin nel super cono gelato gigante. Un secondo prima di morire congelato, Batman estrae dalla cintura il bat-decongelatore spray con cui scioglie il gelato e li libera. Anche qui è sempre possibile rendere la cosa più verosimile, ma potevate pensarci in anticipo.

- Ripetizioni, non abbastanza ripetizioni: se nella storia ci sono dei misteri da risolvere o dei colpi di scena, è bene che il lettore sia in grado di apprezzarli. Questo per dire che dovete preoccuparvi che chi legge capisca quello che deve capire al momento giusto, senza però perdervi in inutili ripetizioni che annoiano il lettore. Una cosa del genere c'era nella prima stesura di Mozart di Atlantide (un po' c'è ancora, dai ^^): per paura che la trama fosse troppo complicata, ripetevo in continuazione tutto quello che era accaduto col risultato che i lettori si annoiavano a morte.

- Cose di cui non frega niente a nessuno: se state parlando di una serie di omicidi commessi dagli zombi ai danni di una cittadina di provincia americana (yawn...), che c'entrano due pagine di descrizione del lavoro del vicino di casa del protagonista (che poi magari non si vede nemmeno più)? No, seriamente, questo è uno dei punti principali che dividono gli emergenti scarsi dagli scrittori bravi, e per due motivi: gli scrittori alle prime armi scrivono di getto tutto quello che gli viene in mente, e poi se si tratta di cancellare qualcosa si fanno prendere dalle convulsioni. Come se non bastasse, se siete degli sconosciuti non appena inserite dei particolari anche belli ma che non sono perfettamente legati alla trama chi vi legge butterà il libro dalla finestra pensando che come scrittori fate pietà. Quando sarete degli autori famosi potrete invece saltare di palo in frasca ogni 10 pagine, e la gente penserà che siete dei geni visionari.

- Suddivisione in capitoli: anche qui io zoppico un po'. Perché finisce il Capitolo 1 e inizia il Capitolo 2? C'è un motivo preciso, un passaggio nella storia, o è solo che vi eravate rotti di una determinata scena e allora siete saltati a parlare di altro? Magari non serve che usiate i capitoli ma bastano i paragrafi numerati, o addirittura il testo non ha bisogno di essere spezzato. Cercate di essere voi stessi e pensare al vostro libro: non è che se tutti i best seller sono divisi in capitoli dovete farlo per forza anche voi. Anzi... a pensarci bene, forse invece sì ^^

- Più volte la stessa situazione: non è sempre sbagliato che un dato evento si ripeta, ma deve esserci un motivo. Ad esempio, se un poliziotto arresta un criminale dopo un inseguimento nei vicoli al capitolo 2, magari al capitolo 6 metteteci una sparatoria o una rissa, non un altro inseguimento. Nel libro dei gatti ad esempio nel corso dei primi capitoli il protagonista veniva assalito da un cane (eh, che ideona il cane e il gatto ^^). Verso la fine mi serviva un altro evento drammatico, e lì per lì ho pensato a un cane... quando si dice la fantasia, eh? ^^ Fortunatamente, poi ho pensato ad altro.

- Ma che io sto nella capoccia tua?: i lettori non sanno quello che pensate, ma solo quello che scrivete. Sforzatevi di rileggere il libro con i loro occhi, e non con i vostri. Quel colpo di scena è veramente chiaro, o è chiaro a voi che sapete cosa succede dopo? Nella sindrome di Reinegarth, ad esempio, avevo scritto in terza persona una pagina del diario del protagonista (che invece normalmente parlava in prima persona). A me pareva una buona idea per far capire che stava dando di matto, ma alla fine non si capiva se chi parlava era lui, il diario scritto da lui oppure se ero io a raccontare (lo scrittore). Insomma non si capiva una mazza, ma fortunatamente un amico se ne è accorto dicendomi appunto: ma che io sto nella capoccia tua?, così l'ho sistemato.

Be', direi che mi pare possa bastare, e che per ora con il corso di scrittura abbiamo chiuso. Non ho la pretesa di aver insegnato a nessuno come si fa lo scrittore (anche perché non lo so nemmeno io ^^), ma spero solo che queste poche pagine vi diano un po' l'idea del lavoro che c'è davvero dietro alla stesura un libro. Se poi non vi ho spaventato abbastanza e vorrete davvero mettervi alla prova e scrivere un romanzo tutto vostro, non posso che augurarvi un in bocca al lupo e soprattutto che non tutti i vostri manoscritti finiscano nella spazzatura ma che anzi vadano il prima possibile a riempire gli scaffali delle librerie. E tra 10 o 20 anni, quando sarete direttori editoriali di una grossa casa editrice e vi troverete davanti al mio manoscritto (magari la dodicesima revisione di Mozart di Atlantide che ancora manderò in giro) prima di buttarlo al secchio dategli almeno una sfogliata ^^

Simone

E adesso diamogli una sistemata!

C'è stato un lieve rallentamento, ma finalmente riesco a mettere giù la sesta parte dei miei consigli per diventare uno scrittore a cui nessuno pubblica i libri.

Eravamo arrivati a completare la prima stesura del romanzo. In questo momento, il nostro capolavoro immortale sarà zeppo di ogni genere di errori, con ambientazioni che spariscono, personaggi che cambiano etnia e gialli in cui l'assassino si capisce a pagina tre, ancora prima che riesca ad ammazzare qualcuno.

Volendo intervenire per sistemare (per quanto possibile) tutti i casini che abbiamo combinato, possiamo utilizzare diversi sistemi. Invece di dirvi subito come faccio io (che poi ovviamente è il metodo migliore ^^) vi farò un breve elenco delle diverse modalità che ho utilizzato negli anni (va bene, le sto inventando sul momento) evidenziando di volta in volta pregi e difetti di ognuna.

Rileggere il testo direttamente al computer: davvero ve lo devo spiegare? Aprite il file, tornate a pagina 1 e lo rileggete tutto apportando le dovute correzioni. Sistema buonissimo in quanto a praticità (non dovete nemmeno stampare) e rapidità, un po' meno per i risultati. Leggendo a schermo si perdono tante cose, e oltretutto vi bruciate gli occhi. Tutti i miei primi lavori li ho corretti così, poi ho cambiato... e devo dire i risultati sono stati migliori.

Correggere il testo stampato: molto più comodo per non accecarvi, meno comodo perché costa tempo e soldi. Se dovete riscrivere interi passaggi, vi toccherà comunque utilizzare il PC (a meno che non siate i 2 o 3 scrittori ancora rimasti che ancora scrivono su carta... io è già tanto se mi ricordo come si fa la mia firma ^^). Vi consiglio di stampare a caratteri larghi e spaziosi, così si legge ancora meglio e avete spazio per fare le correzioni. Io uso anche questo sistema... ma andiamo avanti.

Correggere il testo stampato... mentre lo scrivete: in sostanza, ogni volta che scrivo qualcosa (almeno un paio di pagine) lo stampo immediatamente e lo correggo al volo, vedendo ovviamente di riportare le correzioni sul PC. Terminato il romanzo completo, stampo tutto una seconda volta e lo ri-correggo tutto insieme. Questo è il metodo che ho usato per l'ultimo romanzo (non so se ve ne ho già parlato... è una storia coi gatti ^^), e devo dire che funziona benissimo. Fin dalla prima stesura infatti il testo scorre decisamente bene, e adesso non resta che smussare certi particolari e rendere tutto un po' più omogeneo.

Mandare il testo a un collaboratore che ve lo corregge lui: questo è il sistema che userete quando sarete famosi. Per il momento, rischiate che il vostro collaboratore scriva meglio di voi e che l'editore decida alla fine di pubblicare qualcosa scritto da lui.

Non correggete un cazzo e l'editore si arrangia. Poi quando vi manda il testo corretto v'incazzate che c'è qualcosa che non vi sta bene e gli fate una scenata. Tutto rigorosamente dopo le due di notte e il giorno prima che il libro vada in stampa: questo lo farò IO quando sarò famoso, insieme alle mille altre perfidie che sto già escogitando per vendicarmi degli editori.

Adesso qualcuno potrebbe domandarmi: sì, ma cosa bisogna correggere di preciso? Effettivamente, esiste il rischio che il romanzo nella versione originale sia migliore di quello riveduto, perché siamo degli scrittori talmente pietosi da aver cambiato le poche cose che invece andavano bene. E allora, cosa bisogna fare? Ecco un'ottima scusa per la settima puntata del corso di scrittura... che arriverà con le solite modalità delle prime sei, e cioè quando avrò voglia di scriverla.

Simone

Non lo fate leggere a Nessuno!

Non Nessuno il gatto, nessuno il lettore. Questa la capirete dopo, andate avanti... ^^

Avrete intuito che siamo arrivati alla quinta puntata del corso di scrittura, e ormai il nostro romanzo si avvicina alla sua inevitabile fine (il tritarifiuti dell'editore). Non preoccupatevi, però! Per i prossimi aggiornamenti vedrò d'inventarmi qualcosa, tanto per allungare il brodo. Così il nostro corso durerà ancora per qualche puntata (anche perché se no dopo sul blog che ci scrivo?)

Insomma avete scritto il vostro romanzo, rubando tempo allo studio, al lavoro e (cosa molto più comune) al sonno. Il vostro libro inizia a pagina 1 e termina a pagina X (speriamo sia almeno pagina XX - nel senso delle 2 cifre - se no è un po' scarso come romanzo) e contenuta tra questo inizio e questa fine c'è una storia. Ok (credete voi) è finita! E di certo morirete dalla voglia di farlo leggere a qualcuno.

Non fatelo, per carità! NON LO FATE LEGGERE A NESSUNO, SE NON È FINITO! Ma abbiamo appena detto che è finito, replicherete voi... e invece no, non è finito v'ho detto! Sarà anche vero che il libro l'avete scritto tutto, ma quella che avete portato a termine è solo la prima stesura, non il testo definitivo che potrete arrischiarvi a far leggere a milioni (magari) di parenti e amici.

Certo, uno scrittore alle prime armi si aspetterebbe un minimo di pietà almeno da parte dei lettori (dagli editori sappiamo già cosa aspettarci). Trovando un singolo errore di grammatica in un testo di centinaia di pagine e altrimenti perfetto, uno che legge dovrebbe pensare che si tratti di una disattenzione, ma al cento per cento penserà che siete degli ignoranti che non sanno scrivere in itagliano ma che chissà perché si sono messi in testa di fare i romanzieri. Allo stesso modo, nessun genitore o fidanzato/a vi perdonerà mai i seguenti errori, comunissimi nelle prime stesure:

- Personaggi con due nomi diversi, perché gli avete cambiato nome e poi ve ne siete scordati.

- Colpi di scena fondamentali al proseguio della trama... ma che capite soltanto voi.

- Personaggi che cambiano sesso. Come sopra... solo che questo, visto i romanzi che vanno oggi, potrebbe non essere un difetto.

- Errori di ortografia e grammatica che voi non havete visto ma che un lettore vedrà subbito. (Sì, lo so che questo l'avevo già detto ^^)

- Frasi che vorrebbero essere delle frasi molto scorrevoli ma che pur volendo esserlo, tanto scorrevoli non vi sono venute, e allora potreste riscriverle più scorrevoli, no?

- Come sopra, solo con comprensibili al posto di scorrevoli.

- Imprevisti assurdi che non potevate immaginare, ma che capitano regolarmente. Ad esempio nel libro dei gatti (quello che sto scrivendo, lo so ho rotto le palle ^^) c'è un personaggio che ho avuto la bella idea di chiamare Nessuno. Grazie a lui, nel libro vengono fuori di continuo frasi del tipo: Nessuno sapeva che nel cespuglio non c'era Nessuno o peggio Nessuno non voleva l'aiuto di nessuno. Roba che se solo sbaglio a mettere una maiuscola (cosa che effettivamente ho fatto varie volte), quando lo rileggo non ci capisco niente nemmeno io ^^

Forse con questo post non sono arrivato da nessuna parte... ma del resto si parlava di allungare un po' il brodo, o no? Nel punto 6 del nostro (anzi, mio!) eccitante corso di scrittura parlerò di come effettivamente si può (cercare di) correggere il nostro lavoro, dandogli una forma più leggibile.

Simone